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"Labirinto" di Enzo Fontana

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1 "Labirinto" di Enzo Fontana il Ven Giu 26, 2009 11:37 am

Perché portare una realtà chiusa e distante dal resto della società come quella del carcere, fuori dalle mura della fortezza per farla incontrare, senza gabbie né recinzioni, con il mondo esterno?
Labirinto (Spirali 1988) è un ardito esperimento di testo teatrale che fa emergere violentemente la forza dirompente del teatro e della vita, una testimonianza diretta degli anni della ribellione armata. Inevitabile e schietto il riferimento alle problematiche carcerarie e al grigiore dietro alle sbarre, portato in scena nell'anno della pubblicazione dell'opera proprio da detenuti-attori nell'ex teatro Pier Lombardo di Milano ("Tra noi prigionieri i stanno diffondendo istinti fratricidi che normalmente si manifestano quando si tratta di spartirsi la ricchezza, non l'indigenza"). Una reatà che non lascia scampo, dove il passato non si può dimenticare con le sue nostalgie e i suoi sogni ed il presente è scandito da luoghi e riti che si ripetono all'infinito intrappolando l'uomo in una rete costruita a più mani, da cui più si cerca di scappare e più si finisce invischiati. Tuttavia, la prigione diviene anche luogo in cui l'uomo trova una nuova dimensione, un nuovo senso dell'essere.


Nel tempo e nello spazio di una prigione è la genesi di questo testo teatrale. Gli autori sono un gruppo di detenuti politici, in carcere da tanto di quel tempo che la memoria stenta a abbracciarlo. Quale senso può avere, per noi troppo spesso menzionati a sproposito, lo scrivere di teatro? Anzitutto, vorremmo che ciò non fosse a senso unico, poiché il senso dovrebbe sempre essere un'opera almeno a due. Poi, questo testo teatrale è un tentativo di liberarci da qualche stereotipo, tra i molti che ci hanno costruito addosso. Nessuno è la propria immagine.Non siamo animati da alcun intento pedagogico, in questa trama di personaggi che vivono e di storie che si raccontano dalla prospettiva di una prigione. In fondo, le parole stentano a comunicare un'esperienza, giacché questa sempre esige di essere scritta sulla propria pelle. La storia, quella non ufficiale, è scritta su una pergamena di pelle umana, tutto quello che infine resta dei sogni della gioventù. In qualcosa, ogni generazione vuole tornare all'origine, sorta di reincarnazione del mito di Eva e di Adamo alle prese con l'albero della conoscenza del bene e del male. E certo è che nella vita ogni generazione troverà labirinti, giardini e serpi. Questo è il teatro nel quale si troverà a vivere. Ogni generazione vuole trovarsi e ritrovarsi, anche se i più finiranno con il ritrovarsi soli... Un fatto, fra tanti eventi inesplicabili, ci pare limpido: se qualcosa in noi ha retto ai decenni di prigione non è la coscienza politica, questo specchio di illusioni presto infranto dalle delusioni. Quel qualcosa che non si è spezzato è l'essere, l'essere umano che dovrebbe abitare ciascuno. Seppure tra mille e una notte di sogni e di incubi, per quello in cui credevamo abbiamo consumato la nostra gioventù nelle galere. Ma, nonostante le brutture, le carceri e le violenze, non abbiamo smesso di essere uomini.
(Gli autori)

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